Il piacere dell’arte

Un celebre collezionista paragona nelle sue memorie la raccolta di opere d’arte alla caccia grossa. Inseguire un quadro, cercarne le tracce, puntarne l’asta e infine esporlo felici nelle propria galleria, come una preda ambita. Ma se chiedete all’avvocato Giovanni Agnelli, presidente d’onore della Fiat, se all’origine della sua collezione d’arte c’è un’ansia venatoria, ricevete il più fermo e ironico dei dinieghi: “Neppure per sogno. C’è il gusto estetico. Il solo piacere del vedere un’opera. Non una ricerca di possesso, ma il desiderio di ammirare un lavoro di creazione. Nella mia vita ho ricavato grande gioia dall’osservare e studiare queste opere. Spero adesso che tante altre persone vogliano condividere con me questo sentimento e questo desiderio. Mi piacerebbe che, accanto alle parole dei critici e degli studiosi, coloro che vedranno al Lingotto della mia città, Torino, le opere che ho donato alla nuova galleria, ricordassero questa parola chiave: la gioia di ammirare l’arte“.

La genesi della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli data dai primi anni sessanta: “Già nel 1961 – ricorda l’avvocato Agnelli – avevo meditato di chiedere all’architetto Carlo Scarpa un progetto per un museo da allestire a Villar Perosa. Scarpa era il grande artista dei musei, aveva disegnato lo spazio per la mostra di Paul Klee alla Biennale di Venezia nel 1948, aveva risistemato gli Uffizi a Firenze e palazzo Abatellis a Palermo nel 1954. Riflettevo su un momento di passaggio, una meditazione visiva per coloro che si recavano al Sestriere, verso la montagna. Poi ho mutato parere. Un museo del genere rischiava di dirottare troppi turisti verso una valle tranquilla, interrompendo il ritmo pacifico di quella gente. Potevamo fare più danno che non recare benefici. Decisi di attendere. Scarpa è morto nel 1978, sono passati trent’anni tumultuosi, e ho ricominciato a considerare l’idea. Avevo in Renzo Piano l’uomo giusto, l’architetto in grado di raccogliere l’eredità di Scarpa: ci siamo rimessi in cammino. Sbaglierebbe però percorso chi, entrando nella Pinacoteca del Lingotto, cercasse subito un nesso artistico, il legame ideale tra le varie opere in mostra. Il solo filo che tutte le unisce è il piacere che io ho provato nel vederle, la prima volta e le numerose volte che mi sono fermato a studiarle. È questo l’invito che faccio ai visitatori: guardate il bello, lasciate che vi conquisti con il suo gusto e la sua bellezza“.

Tra l’idea originaria del 1961 e la galleria aperta a Torino nel 2002, c’è il lavoro compiuto a Venezia attorno al centro artistico di palazzo Grassi: “Venezia era una scelta naturale per un’attività di patrocinio culturale – ricorda Giovanni Agnelli -. È la capitale dell’arte, con una lunga tradizione nel settore. L’esperienza di Venezia ci è servita molto, come laboratorio, in anni in cui il rapporto tra istituzioni pubbliche, imprese private e mondo culturale mutava rapidamente. Quella di palazzo Grassi è una storia di successo ed io ne sono molto soddisfatto. Eppure mi sentivo in colpa, voglio proprio usare questa parola, verso Torino, la mia città, che mi ha dato tanto. Mi sembrava di essere negligente e anche mia moglie Marella insisteva molto per un intervento diretto nella nostra comunità. Quindi ho rotto gli indugi e abbiamo lavorato al progetto di Pinacoteca al Lingotto. Un centro per rivitalizzare quell’area cruciale della città, per trapiantarla nel cuore del mondo futuro. Il pubblico che visiterà la Pinacoteca del Lingotto incontrerà un perimetro di Torino che ho sempre molto amato, rinchiuso tra le Alpi e la collina. Renzo Piano ha questa peculiarità, i suoi progetti sono sempre capaci di movimentare l’area intorno al nuovo edificio, al nuovo progetto, come polmone di crescita, cassa di risonanza per l’opera in costruzione. Le case, il tessuto urbano, la metropoli diventano la rete al cui centro il viaggiatore trova un momento di sosta estetica“.

L’Avvocato si anima raccontando dei punti di forza della Pinacoteca: “I Matisse raccolti al Lingotto sono una collezione unica in Italia: dalla Femme et anémones del 1937 al Tabac Royal del 1943“. Dalla collezione, la straordinaria Femme et anémones fissa obliqua il visitatore, perduta nella sua indolente nostalgia, le righe di un manoscritto in grembo: uno spartito musicale? un volume? una rivista? Impossibile dire. Comunque un testo del Novecento già fuggito, come il panorama di alberi, verde e cielo che il maestro lascia intravedere tra le forme classiche della balaustra sul balcone. “Il mio amore per Matisse, così come la passione per Picasso – spiega Giovanni Agnelli – si sono sempre accompagnati con un interrogativo: l’Italia, la nostra cultura, apprezzano davvero questi artisti? Ne sanno leggere i capolavori? Matisse è raro nei nostri musei, e non credo solo per una questione di mercato dell’arte. C’è forse un gap di gusto, di toni. Matisse ci conduce in un mondo concreto, contemporaneo, lontano, lontanissimo per chi si è formato all’estetica mistica del Beato Angelico. È il colore ad avermi fatto innamorare di Matisse. Lo immagino già vecchio, quasi cieco, comporre i capolavori con i suoi collage, semplici pezzi di carta attaccati allo sfondo. La pittura diventa puro colore, la vita è semplificata in toni caldi di colore. I colori condizionano anche i nostri ricordi, la nostra percezione, non solo l’arte. Filtrati da un maestro come Matisse donano a una città del Nord, Oslo o Stoccolma, la luce del Mediterraneo. Mi sono spesso chiesto perché nel Nord Europa ci si imbatta in tanti Matisse: forse per investire quelle mura, quegli uffici dalla luce sempre un po’ grigia, con i toni del nostro mare. Ovunque siate nel mondo, in qualunque mese dell’anno, davanti un Matisse cambiate stagione. Avrete ogni giorno la primavera e l’estate, le stagioni piene della giovinezza. Ho raccolto qui opere che possono dare gioia di vita, gioia piena, intensa, a chi le guarda, escludendo altri capolavori, come certi lavori del Bellini, che sono straordinari, ma finiscono per contagiarci con la loro malinconia“.

La Baigneuse blonde, la bagnante bionda di Renoir, del 1882, sembra contraddire il colore vivo di Matisse. La tela è dominata dal bianco latteo del corpo nudo, dal blu del cielo e del mare e dall’oro dei capelli che, come una bandiera, separano la donna dalla natura. Anche questo capolavoro è dominato dalla dialettica cromatica: “Fu il grande critico inglese Kenneth Clark a parlarmene. È ritenuto fra i Renoir migliori, ne avevo discusso spesso, Renoir lo si può anche trovare noioso, talvolta è difficile amarlo. Ma questa tela ha un suo fascino nascosto: e dire che Clark volle venderla per comprare una casa in campagna“.

Nella collezione del Lingotto spiccano sei Canaletto, tra cui Il Bucintoro al molo nel giorno dell’Ascensione e alcune vedute del Canal Grande a Venezia. Del settecentesco Giovanni Antonio Canal, Giovanni Agnelli ricorda: “Il pericolo che talvolta diventi un quadro decorativo, il vero grande quadro decorativo. Occorre sempre un secondo sguardo, che cancelli l’effetto ‘cartolina Canaletto’, eliminandone la superficialità. Questa è la sorte, credo, di ogni collezione. La si riguarda e si vede specchiata la propria vita. Inevitabili gli esami di coscienza, i ricordi, le valutazioni“.

John C. Whitehead, banchiere americano, sottosegretario con il presidente Reagan, ufficiale durante la seconda guerra mondiale, presenta la propria collezione come un’autobiografia: “mentre la componevo, il mio gusto e la mia cultura sono mutati,” dando vita a un eterno inseguimento tra collezione e collezionista. “In parte è stato così anche per me – riconosce Agnelli – talvolta guardo i quadri che ho raccolto, siano o no inclusi nella Pinacoteca del Lingotto, e penso: è la mia collezione o quella di una vecchia signora di Park Avenue a New York, elegante e un po’ fredda? Ci sono opere che al primo incontro mi sembravano eversive, rivoluzionarie, di rottura, e di cui invece il tempo ha rivelato l’omogeneità con la cultura corrente, l’integrazione con il secolo in corso. In altri casi invece il valore innovativo di un’opera si apprezza solo dopo decenni. È capitato anche a me: ho immaginato una collezione d’avanguardia e ne scopro una classica. Come capolavoro audace, ho sempre amato la Velocità astratta di Balla, del 1913. È un documento prezioso del suo tempo, una stagione di illusioni se vuole, ideologiche, economiche, tecnologiche. Un tempo di utopie, capaci di condurre anche a grandi tragedie che adesso l’arte riesce a farci rivedere in prospettiva storica. Sa che questa celebre opera futurista porta riprodotta, sul retro, la sagoma dei Quadrumviri, i quattro famosi gerarchi fascisti? Balla poteva anche essere un fascista matricolato, ma coglie la forza di comunicazione dei due secoli che abbiamo alle spalle, l’Ottocento e il Novecento, battezzati, dallo storico inglese Hobsbawm, l’Età delle rivoluzioni. Io ho raggiunto gli ottant’anni e la mia vita ha coinciso con le più turbolente stagioni del Novecento. È naturale quindi che l’estetica degli anni trenta abbia inciso sulla mia formazione e che altrettanto abbiano fatto le avanguardie degli anni sessanta e settanta. Gli anni trenta sono stati gli anni di mio padre Edoardo, e io sono rimasto legato in qualche modo, magari sentimentale, a quel gusto, a quei ritmi. Con i contemporanei il mio rapporto è stato meno entusiastico, l’arte del dopoguerra l’ho vista in diretta, nelle gallerie di Parigi, Londra, New York, Roma e Zurigo, e talvolta la vicinanza eccessiva raffredda il gusto“.

Lei ha mai dipinto? Ha mai disegnato, magari da giovane, per hobby? – “No, no” – sorride l’Avvocato – “non ho mai dipinto. L’amore per il bello invece l’ho avuto fin da ragazzo. Non solo pittura, ma anche architettura e design. Forse l’architettura è l’arte che prediligo. Perché contiene tutta la vita, è la perfetta armonia di estetica ed esistenza, e però possiede tutte le contraddizioni dell’estetica e dell’esistenza. Nell’architettura la nostra vita, la produzione, la famiglia, il lavoro, l’industria, la tecnologia, la scuola, l’officina, gli uffici, diventano estetica di uso, con risultati che possono essere straordinari. Ancora oggi, quando risalgo la rampa del Lingotto, resto impressionato da quanto sia bella e funzionale. È il punto di partenza del progetto di Renzo Piano: Alpi, collina e alle spalle lo spazio enorme di Porta Nuova e della ferrovia. Gran parte della storia della nostra città industriale passa da questo triangolo ed è importante oggi ritrovarne la logica e l’asse. È molto emozionante, per me, che i quadri della mia vita siano custoditi dalla mia città, nell’edificio che considero l’opera architettonica più cara“.

Tra i quadri della Pinacoteca appare Lanciers Italien au galop, la carica dei lancieri italiani di Gino Severini, datata 1915. Lei è stato ufficiale di cavalleria, ha servito in Russia e in Africa, e poi con gli alleati in Italia: è una scelta d’affetto? – “Ho dovuto comprare due dozzine di quadri di Severini, per avere quei lancieri italiani. Per chi è stato in cavalleria la carica è il momento massimo, magico, di forza e unità tragica del reggimento. Il quadro di Severini è molto bello, e sono lieto sia adesso in mostra a Torino: per me si tratta di un ricordo molto importante e personale, anche doloroso, gli anni di gioventù in guerra“.

Amedeo Modigliani è rappresentato nella Pinacoteca dal Nu couché. I francesi, nei loro musei, talvolta se lo annettono, dichiarandolo “francese”: “In realtà Modigliani era livornese, un ebreo livornese autentico. Lo considero unico, mi piace moltissimo. Quest’opera era finita in custodia alla Banca d’Italia, quando era governatore Guido Carli, e mi sembra abbastanza incongruo pensare alla sua carica erotica tra i banchieri. Con Modì si ama ripetere ‘prima si guarda la donna negli occhi, poi la donna’. I suoi volti ipnotizzano, attraggono lo sguardo dove vuole lui. Davvero non c’è niente di simile. Forse i francesi, quando decidono di annetterselo, ricordano che è stata Parigi ad affermarlo, che a Parigi ha vissuto anni formidabili, nella comunità degli artisti di avanguardia e là è sepolto. Per noi resta un livornese, un connazionale“.

La Pinacoteca ospiterà anche due Picasso. Ci sono state negli anni recenti forme di “revisionismo” critico sull’artista spagnolo, confondendo talora la sua turbolenta biografia con i risultati artistici. Ma il tempo conferma Pablo Picasso come il più grande pittore del Novecento; chi vorrà capire il secolo appena passato, nel futuro, dovrà guardare i suoi quadri. “Sono d’accordo – dice Giovanni Agnelli -. Si tratta di un artista importante, il più importante. A Torino sarà esposto l’Homme appuyé sur une table dipinto tra il 1915 e il 1916, negli anni feroci della prima guerra mondiale. È un quadro composto con una tecnica di perfezione architettonica. Non c’è elemento della grandezza di Picasso che non sia contenuto in quest’opera, il colore, la forza espressiva, la capacità di citare la tradizione classica e la forza rivoluzionaria nel contraddirla e rifondarla. Eppure è un Picasso raro, ha una sua pausa di malinconia unica, originale. Ho potuto acquistare questo capolavoro – ecco le bizzarrie del collezionismo – solo perché un amico voleva venderlo per comprare una casa in Sardegna. È curioso chiedersi perché si vende un quadro, magari un’opera che nel passato ci è costato molto conquistare. Ma di questo Picasso io non mi stancherei mai, è un blu, ma davvero blu blu blu, senza confine. Picasso è stato capace di dipingere per mezzo secolo sempre restando all’avanguardia. Politicamente ha scelto la sinistra e con Guernica è diventato famoso nel mondo, condensando in una sola opera tutte le battaglie del secolo, da Verdun a Stalingrado. Il bombardamento della città spagnola da parte della legione Condor tedesca ha così segnato un’intera generazione. Pensi a Wolfram Richthofen, il pilota tedesco cugino del celebre asso Manfred von Richthofen, il Barone Rosso della prima guerra mondiale. Wolfram Richthofen combatté dal 1914 al 1918, e nel 1936 andò in Spagna con la legione Condor, organizzando la distruzione di Guernica. Toccò a lui provare, invano, a rifornire dall’aria la VI armata del maresciallo Paulus, accerchiata dai russi a Stalingrado. Nel tentativo vide cadere mille aviatori e cinquecento aerei. Morì nel 1945. Ecco, di queste storie tragiche, di questi destini spezzati, è intessuto il Novecento. La scelta ideologica di Pablo Picasso non era quindi solo comune a tanti artisti di avanguardia del tempo. Era forse anche un modo per restare fedele alla ribellione giovanile, quando ruppe con i modi espressivi classici, rinnovando l’arte. Ma mi auguro che i visitatori non tralascino anche il Manet, La Négresse del 1864, un quadro forte, di temperamento e sensualità“.

C’è un’opera che avrebbe voluto vedere alla Pinacoteca e che le è sfuggita? – “Sì, un altro Picasso, un Arlequin che anche mia moglie Marella ama molto. Finì a un giapponese che volle pagare un prezzo ridicolo, altissimo“. Molte delle tele esposte sono figure femminili: “È vero, ma mi creda, neppure la figura di donna è l’elemento unificante della Pinacoteca. Il criterio è, mi ripeto, colore, gusto estetico, piacere e la mia prima impressione. Non dubito che adesso critici e studiosi vorranno trovarne altri. Leggerò le loro interpretazioni con interesse, ma resto della mia convinzione“. Anche Donna Marella Agnelli ha seguito da vicino i lavori in corso al Lingotto, le discussioni vivaci sulle opere da scegliere: è venuto da lei il suggerimento di non seguire un criterio accademico negli abbinamenti delle opere, ma di operare con freschezza, originalità, come avviene più nella casa del collezionista che non nel tradizionale museo ottocentesco:- “È necessario che le varie opere si integrino agli occhi del pubblico, in un’idea di libertà, come nei musei americani che quaranta anni fa apparivano a noi italiani innovativi, straordinari“, spiega.

Quando mi ha mostrato i progetti per la Pinacoteca, nel suo studio di Parigi, Renzo Piano ha insistito a lungo sul concetto americano di Museum education, vale a dire utilizzare musei e pinacoteche come strumento didattico per i giovani. Non esporre i capolavori con sussiego, rischiando di allontanare i visitatori con la maestà della loro aura, ma educare nel percorso. Ne ha parlato con Piano? – “Molto. Lui ne è profondamente convinto. Io spero abbia ragione, anche se la mia formazione è diversa. Ho visitato infinite volte i grandi musei classici, il Louvre, il Metropolitan, gli Uffizi: qualche volta le scolaresche in visita mi hanno riconosciuto e i ragazzi si sono fatti avanti per chiedermi della campagna acquisti della Juventus, non di Matisse. La passione per l’arte cresce con la maturità. Mio padre mi portava fin da bambino a visitare i musei perché riteneva che il bello educasse, che il gusto si affinasse fin dall’infanzia e aveva ragione. È possibile usare una pinacoteca per la didattica, ma con razionalità. Attendo con curiosità i risultati dell’esperimento education al Lingotto“.

Con che messaggio vuole accompagnare i visitatori, giovani e no, alla scoperta della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli? – “Vorrei ricordare loro che la creatività è il piacere più grande. È il solo vero valore aggiunto della vita, capace di comprendere tutti gli altri. Invitarli a trarre piacere dalla visita. Nulla nella mia vita è più piacevole del ricordo di difficili giornate di lavoro, tra Zurigo e Francoforte, con mille dossier noiosi compilati nei modi un po’ grigi e ripetitivi delle burocrazie, improvvisamente illuminate da una visita a una galleria, magari riaperta fuori orario, grazie a un amico. Condividere con i cittadini di Torino, la mia città, e con i visitatori dall’Italia e dal mondo, il piacere di quella prima emozione, di quel primo incontro e scoperta è la ragion d’essere più vera e profonda della nostra Pinacoteca“.

Torino-New York, maggio-luglio 2002

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