Introduzione

Una collezione è sempre una confessione. Quella di Giovanni Agnelli e di donna Marella non fa eccezione.

Per alcuni anni Giovanni Agnelli ha fatto parte del consiglio d’amministrazione del Louvre. Non partecipava a tutte le riunioni, ma quando era presente quegli incontri assumevano un carattere speciale. Interveniva di rado, ma ascoltava con estrema attenzione. Gli interessava soprattutto capire il funzionamento di un ente pubblico delle dimensioni del Louvre (in cui lavorano duemila persone): come venivano prese le decisioni e chi ne era responsabile, quali erano le risorse e le modalità di finanziamento di un’istituzione di tale imponenza, come si sviluppava l’indipendenza, o meglio l’autonomia nei confronti delle “tutele” (la direzione dei Musées de France, il ministero, o i ministeri, quello della cultura naturalmente, ma anche quello delle finanze…). Faceva domande pertinenti, sempre accarezzando l’idea – a malapena nascosta – che l’Italia avrebbe potuto in qualche modo trarre vantaggio da un simile modello. Veniva a sua volta interrogato dagli altri membri del consiglio d’amministrazione sul ruolo sempre crescente del mecenatismo in Italia e nel mondo, sull’evoluzione economica e culturale dell’Europa… Le sue risposte erano ascoltate in assoluto silenzio, anche dai delegati sindacali, sbalorditi dalla naturalezza di quel grand seigneur che si esprimeva in un francese perfetto, dall’accento volutamente ruvido. Affascinava la sicurezza dei suoi giudizi, la sua determinazione a interrogarsi, al di là dei particolarismi delle varie istituzione e dei diversi paesi, sul futuro dei musei e sulle inevitabili e indispensabili mutazioni che avrebbero dovuto affrontare o – cosa più auspicabile – che avrebbero dovuto prevenire e organizzare.

È sempre l’immagine pubblica di Giovanni Agnelli a emergere quando si parla della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli al Lingotto di Torino. Le intenzioni dell’Avvocato sono chiare, articolate. Si tratta di offrire, cito le sue parole, “piacere, bellezza e gioia” – quest’ultimo termine ricorre spesso – ai concittadini. Si tratta di chiedere a uno dei maggiori architetti del nostro tempo di intervenire su una struttura straordinaria, che ha segnato la storia della famiglia Agnelli e quella dell’architettura del XX secolo. Grande esperto di musei, che ama servire (e di cui non ama servirsi, ambizione purtroppo diffusa tra certi architetti contemporanei), Renzo Piano è autore di spazi espositivi divenuti ormai classici dell’architettura museale, a Parigi, Houston, Basilea (l’elenco è lungi dall’essere completo: Renzo Piano ci riserva delle belle sorprese, in particolare negli Stati Uniti). A questi luoghi prestigiosi si aggiunge oggi Torino, poco lontano da quella Genova cara al suo cuore, con i musei ripensati dopo la guerra da Francesco Albini.

Si tratta infine di educare. Non so perché questo termine risulti oggi fastidioso. Si preferisce parlare di pedagogia, di didattica, di servizio culturale. In realtà le opere d’arte sono esposte per il piacere che danno, per quel diletto di cui Poussin si diceva fautore. Quel piacere, tuttavia, presuppone una preparazione, un’educazione che la scuola deve dispensare generosamente, offrire, fornire a tutti. La scuola insegna a leggere, deve insegnare a guardare. Senza la scuola, il futuro dei musei si preannuncia ai miei occhi molto incerto. Imparare a guardare un’opera di Matisse significa difendersi dalle insidie dell’ambiente (come ci si difende dalla pioggia), penetrare un mondo che a prima vista sembra facile da affrontare, ma in realtà solo gradualmente rivela i suoi segreti.

L’uomo pubblico e l’uomo privato: Giovanni Agnelli è davvero un collezionista o invece ha desiderato fin dalla più tenera infanzia avere con sé le opere che gli piacevano e che parlavano al suo cuore, alla sua sensibilità? Il collezionismo è una malattia, una febbre, un vizio impunito, come la lettura per André Gide. Certo, l’ho detto spesso e non mi stanco di ripeterlo, i collezionisti andranno tutti in paradiso, ma sta di fatto che il collezionista vive della sua collezione, per la sua collezione. È la sua forma di creazione, certo modesta, in sordina, ma innegabilmente una creazione, si pensi, cito a memoria, a Isabella d’Este, a Pierre-Jean Mariette, a Peggy Guggenheim, a Cassiano dal Pozzo – una sorta di creazione da coltivare di nascosto come un giardino segreto o al contrario da condividere con gli altri.

Esiste un termine, amateur, ormai privo del suo significato originario ma nel XVIII secolo carico di nobiltà – erano chiamati amateurs honoraires certi membri dell’Académie royale de peinture et sculpture, istituzione all’origine dell’attuale Académie des Beaux-Arts, della quale l’Avvocato è membre correspondant -, che credo si addica molto bene a Giovanni Agnelli. Amateur nel senso di chi ama, amore per la Venezia di Canaletto e di Palazzo Grassi come saranno sempre, la Dresda di Bellotto come non sarà mai più, l’Italia di Modigliani, di Severini, di Balla, la Francia di Manet e di Renoir, il Picasso “blu” e cubista, la Nizza di Matisse, il più grande poeta del colore del XX secolo…

Per concludere, ogni quadro della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli al Lingotto è un capolavoro. Le schede di questo catalogo, fornendo dimensioni e date di esecuzione, ne rivelano la provenienza, le collocano nella carriera del pittore o dello scultore (dimenticavo Canova), le contestualizzano nella storia dell’arte. Informano, istruiscono, tentano di svelarne il mistero. È fondamentale, ma non è tutto. Ai responsabili del Lingotto è sembrato che ogni opera esposta meritasse un approfondimento, una monografia, un catalogo e una esposizione dedicati unicamente al loro studio, alle circostanze della creazione, ai disegni preparatori… A chi apparteneva l’opera prima che fosse acquisita dall’Avvocato? Cosa ha voluto dire il pittore? Ha riflettuto a lungo o l’ispirazione è arrivata all’improvviso? Quali aritisti del passato aveva ammirato? Le domande che un visitatore ha il diritto di porsi davanti a un quadro, di fronte a un capolavoro è pressoché infinita. Ciascuno studio cercherà di fornire risposte esaustive. Al curioso e all’amateur…

Pierre Rosenberg

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